Come volevasi dimostrare: zero dubbi e zero emissioni. Anthony Albanese non ha perso un secondo ad abbracciare la causa, sospinto dal vento che soffia impetuoso verso un traguardo che fa sentire tutti bene (servizio a pag.11). Emissioni zero fra trent’anni, tra circa dieci mandati. Un impegno ben preciso che non costa assolutamente nulla. Un traguardo più facile da fissare in questo momento che non farlo, dato il clima che si respira in fatto di cambiamenti climatici. E probabilmente ci si arriverà, per fortuna, perché cambieranno talmente tante cose in campo tecnologico, nel modo di produrre energia, che sarebbe assurdo se non si andasse perlomeno vicini alla neutralità carbonica. Per questo l’abbraccio alla causa è puramente simbolico e altamente politico.
Tanto più che lo stesso leader dell’opposizione ha onestamente ammesso, anche ieri in un’intervista televisiva, di non avere la minima idea su come arrivarci. Un po’ come il taglio del 45 per cento delle emissioni entro il 2030 promesso dal suo predecessore Bill Shorten alle ultime elezioni. Fissiamo il traguardo che ci fa sentire veri cittadini del mondo e poi vediamo come fare. Anche perché se poi non ci riusciamo fra cinque (nel caso di Shorten) o dieci mandati (nel caso di Albanese) ci penserà comunque qualcun altro a spiegare il fallimento. Insomma, il leader laburista ha fatto bene, nel suo ruolo all’opposizione, a non perdere un attimo di tempo per schierarsi dalla parte dei ‘buoni’, di quelli che ai figli e ai nipoti ci pensano, di quelli che hanno a cuore le sorti del Pianeta, costi quel che costi, esattamente come aveva detto Shorten lo scorso anno, aggiungendo nel pacchetto ambientale che aveva messo sul tavolo elettorale le automobili elettriche per tutti nel giro di dieci anni. E magari ci saranno davvero perché le cose stanno rapidamente cambiando e stiamo andando nella giusta direzione, meno che nel campo della Difesa dato che l’Australia ha commissionato ai francesi - che stanno ancora festeggiando il maxi appalto da 80 miliardi di dollari - dodici sommergibili a propulsione convenzionale (non atomica), con l’ultimo da consegnare più o meno quando, secondo la promessa di Albanese, i motori diesel saranno praticamente ‘fuorilegge’. Per coerenza ambientale sarebbe da fermare subito il contratto (e non sarebbe una brutta cosa data la scelta infelice dei governi Abbott e Turnbull per ciò che riguarda, secondo gli esperti, il modello e i costi ai quali vanno ora a sommarsi i dubbi sul rispetto degli accordi riguardanti l’utilizzo dei cantieri del South Australia e di manodopera locale): i laburisti spingono per una revisione, ma Morrison non sembra intenzionato a riaprire il dibattito su un’iniziativa sulla quale le divisioni e le analisi si sono già ampiamente sprecate, arrivando ad una scelta strettamente politica a sostegno dell’impiego in uno Stato pesantemente penalizzato dalla chiusura dell’industria automobilistica e degli impianti per la lavorazione dell’alluminio.
Nessuna riapertura nemmeno del dibattito sull emissioni zero per ciò che concerne il primo ministro che insiste sui fattori credibilità (sua e del governo) e onestà nei confronti degli elettori da tenere informati sulle conseguenze economiche, sui posti di lavoro a rischio e sui continui miglioramenti, già in corso, che probabilmente permetteranno di arrivare alla quota zero di Johnson e Albanese senza ricorrere a nessuna nuova imposizione fiscale o di dover spendere i 22 miliardi di dollari extra l’anno, in nuovi programmi energetici, come nelle previsioni del Business Council of Australia (BCA) che appoggia l’idea del traguardo del 2050, illudendosi che possa diventare un impegno bipartisan che porti chiarezza d’intenti e certezze per incentivare gli investimenti. Il governo però non ci sta e Morrison punta sul ‘percorso’ piuttosto che sugli obiettivi che, a distanza di trent’anni, lasciano il tempo che trovano. Sottolinea così che il governo ha già speso 20 miliardi negli ultimi due anni per le rinnovabili e gli investimenti privati si stanno intensificando, tanto che la compagnia mineraria Rio Tinto ha annunciato la scorsa settimana che costruirà il primo impianto a energia solare con installazione di maxi-batterie per lo stoccaggio nell’area di Pilbara (Western Australia). Utilizzerà anche motori elettrici per tutti i suoi camion e i treni usati per il trasporto dei minerali estratti dalle sue miniere.
La realtà, ha detto Morrison venerdì scorso, in risposta all’annuncio di Albanese del traguardo ‘zero emissioni 2050’, è che i progetti alternativi stanno fioccando, oltre ad esserci una ‘risposta’ spontanea della popolazione australiana che sta installando pannelli solari a livelli record rispetto al resto del mondo.
Il leader dell’opposizione però non si fa distrarre e incalza: noi ci crediamo, Morrison no. Ammette che non c’è ancora un programma ben preciso da presentare agli elettori (ma ci sarà, assicura, prima delle prossime elezioni) e che per ora la sola certezza è una inevitabile trasformazione del nostro stile di vita e di lavoro, una transizione tutta innovazione e vantaggi, tanto che Albanese, durante l’intervista (piuttosto evanescente in fatto di contenuti) su Insiders (ABC), ha quasi assicurato che tutto sarà reso possibile senza reintrodurre la tanto temuta ‘carbon tax’ (e non si sa bene perché, dato che ha funzionato sul fronte emissioni e prezzi energetici nel breve periodo in cui è stata applicata). Abolita più per principio politico, e perché era stata la promessa ‘clou’ della campagna di Tony Abbott, che per una necessità economica, dato che era già stata perfettamente assorbita sia dall’industria che dal pubblico. Ma l’argomento, a causa dell’introduzione senza il consenso popolare da parte del governo Gillard, è diventato un autentico tabù elettorale, anche se direttamente o indirettamente alla fine verrà probabilmente reintrodotta per finanziare la famosa transizione, arrivando al graduale abbandono della dipendenza dal carbone, altro spauracchio dei laburisti, tanto che ieri Albanese ha nuovamente fatto ricorso alla tattica del ‘dire e non dire’: il leader dell’opposizione, infatti, si è aggrappato al mondo che cambia e cambierà quando è stato invitato a spiegare la posizione del suo partito sull’esportazione di carbone nel 2050, aggirando anche la realtà degli oltre 38mila posti di lavoro legati al ‘problema’ proprio in quei seggi in Queensland che i laburisti devono vincere se vogliono avere qualche possibilità di successo nel 2022.
Molto più facile parlare delle ultimissime rivelazioni dei quattro miliardi di dollari dell’Urban Congestion Fund (per progetti stradali) spesi dalla Coalizione in gran parte (l’83 per cento) nei propri seggi, con occhio di riguardo per quelli a rischio, o in quelli laburisti conquistabili: non proprio un nuovo scandalo in stile finanziamenti per infrastrutture scolastiche - dato che almeno, in questo caso, tutti i 144 progetti finanziati rientrano nei 160 e più indicati come bisognosi di attenzione -, ma l’ennesimo esempio di pessime abitudini pre-elettorali. Il ‘così fan tutti’ in questo caso ci sta, anche se non è sicuramente un qualche cosa di positivo per l’immagine sempre più sbiadita dei politici e della politica.