“Sì ho capito, sì vi ascolto, bisogna cambiare qualcosa, ma gli obiettivi di Parigi sulle emissioni rimangono inalterati anche se si cercherà non solo di raggiungerli, ma anche di migliorarli”, questo parafrasandolo, in sintesi, il pensiero espresso dal primo ministro Scott Morrison in un’intervista concessa ieri all’Abc in relazione alla crisi degli incendi. Massima attenzione e prudenza, soppesando ogni parola.

La stessa attenzione e prudenza dimostrata qualche giorno prima soffermandosi sulla crisi iraniana perché, in quel caso, ci sono un paio di contrastanti interessi in gioco.

Morrison, come ogni capo di governo australiano, non vuole di certo mettersi a criticare apertamente un presidente Usa per qualsiasi cosa, figuriamoci poi se si tratta di un’azione militare con l’eliminazione di una persona ritenuta, a livello internazionale, pericolosa per il mondo occidentale. Canberra non si sogna minimamente di ‘celebrare’ la morte del generale iraniano Qasem Soleimani e preferisce evitare di commentare, più dello stretto necessario, anche la reazione di Teheran, che dà sempre più la sensazione di essere stata un tentativo ben orchestrato di dare un segnale di forza, diretto alla propria popolazione. Obiettivi mirati dei razzi lanciati in ritorsione all’uccisione di Soleimani, ma guardandosi bene dal colpire soldati americani. Se tutto va bene insomma potrebbe finire così.

Morrison ha scelto la strada della diplomazia anche perché ha almeno tre buone ragioni per non schierarsi o celebrare: l’Australia ha un’Ambasciata a Baghdad; ha più di trecento soldati sul territorio iracheno e sta disperatamente cercando di trovare il modo di ‘liberare’ l’insegnante Kylie Moore-Gilbert, di doppia cittadinanza australiana e britannica, accusata di spionaggio, con una condanna di dieci anni di carcere da scontare.

Meglio quindi lasciare aperti i canali del dialogo e continuare a mostrare, allo stesso tempo, ‘fedeltà’ agli Usa inviando, come promesso, una fregata nello Stretto di Hormuz per difendere la libera navigazione. Un’operazione antipirateria a fianco degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e di Bahrain. La missione, che inizierà quest’oggi con la partenza della HMAS Toowoomba, avrà una durata di sei mesi con la possibilità di prolungarla su richiesta Usa. Morrison ha anche detto che l’Australia è disposta a dare tutto l’aiuto necessario al presidente Donald Trump per ciò che riguarda il controllo dello sviluppo del nucleare in Iran.

Per Canberra quindi tutto procede, salvo ulteriori richieste dirette da Washington, come se niente fosse successo negli ultimi dieci giorni: nè l’attacco con il drone, né i missili sulle basi che ospitano soldati americani, né l’ormai ammesso ‘errore’ che ha portato all’abbattimento dell’aereo ucraino, appena partito da Teheran, con 176 persone a bordo.

Nervi saldi e massima calma sul fronte estero, ma soprattutto su quello interno, degli incendi, dopo la falsa partenza pre-natalizia. Il primo ministro, nella lunga intervista con l’ex giornalista di Sky, David Speers, ha cercato di riprendere il controllo della situazione ribadendo il ‘mea culpa’ per quella ormai famosa vacanza alle Hawaii - dettata da circostanze familiari e le date della preventivata e poi cancellata missione in India – e sottolineando il pronto rientro e l’efficace  reazione federale all’emergenza dei roghi che hanno colpito il New South Wales, il Victoria e il South Australia con il coinvolgimento del personale della Difesa per le evacuazioni e gli aiuti con mezzi e uomini sul territorio. Un’azione, ha spiegato, che per ragioni costituzionali non può essere automatica, ma prevede la prassi di una richiesta d’intervento degli Stati. Nessuna critica, in questo caso, anzi il progetto di modifiche nel futuro proprio avendo imparato, a caro prezzo, la lezione di questi drammatici giorni. Ma nell’intervista  anche due importanti conferme da parte di Morrison: la proposta, che porterà al Consiglio dei ministri, di stabilire una Commissione reale d’inchiesta sugli incendi e l’ammissione (già anticipata giovedì scorso) che i cambiamenti climatici rientrano nella straordinaria crisi dei roghi che hanno già bruciato 8,4 milioni di ettari di boscaglia: un’area e una devastazione enorme, anche se nel 1974-75, una ancora più drammatica stagione di incendi bruciò 117 milioni di ettari di boschi in Queensland, New South Wales, South Australia, Western Australia e Northern Territory.

Il primo ministro comunque ha, ‘finalmente’ diranno i più, ammesso che il cambiamento del clima, indubbiamente in atto, fa parte del problema, ma per coerenza ha insistito sul fatto che non è la sola causa del problema stesso che comprende, anche e soprattutto, la gestione del territorio.

Un’ammissione lasciando la porta aperta a modifiche dei programmi ambientali, ma senza illudere nessuno perché, insiste Morrison, il  problema è globale ed è da combattere a livello globale, con maggiore coordinamento e determinazione di quelli messa in mostra recentemente al vertice Onu di Madrid (ci sarà l’esame di riparazione quest’anno a Berlino) sulla decarbonizzazione del Pianeta. Molto più interessato il leader della Coalizione a parlare di quello che il governo federale può effettivamente fare sul fronte degli incendi e cioè di concretizzare, una volta tanto, quello che uscirà dalla maxi-inchiesta sulle cause della devastazione e sulla necessità di apportare uno “storico cambiamento” su come le forze della Difesa potranno essere mobilitate nel caso di disastri naturali.

Il primo ministro ieri ha assicurato che dalle indagini che seguiranno l’emergenza del momento nascerà sicuramente un piano di intervento nazionale, che prenderà in considerazione la realtà di una situazione climatica diversa, che impone un approccio diverso al pericolo incendi basato per l’appunto sulla prevenzione, sul coordinamento dei soccorsi  e l’adattamento generale a quella che ha definito una ‘nuova normalità’ da affrontare facendosi trovare preparati, lavorando sull’organizzazione dei servizi di pronto intervento, sugli incendi preventivi, l’uso di macchinari per la rimozione periodica del ‘combustibile’ naturale che si accumula nel sottobosco, dove e come si costruiscono le case, i finanziamenti per affrontare future crisi e catastrofi naturali che - ha precisato - non riguardano solo gli incendi ma anche alluvioni, cicloni, siccità, ecc..

Morrison ha difeso gli obiettivi prefissati per ciò che concerne le emissioni, ribadendo che l’Australia ha superato i traguardi di Kyoto per il 2020 ed è in linea, ma che cercherà comunque di migliorarli, con gli obiettivi di Parigi per il 2030, senza fissare nuovi irrealistici traguardi e mantenendo i suoi impegni elettorali sulla difesa dei posti di lavoro nel settore minerario e le entrate generate, senza ricorrere a nuove tasse o rincari energetici.

Aggiustamenti minimi di rotta, con calme ammissioni di errori da non ripetere, imboccando la strada del recupero di immagine, cercando di ritornare ad essere il leader che sa ascoltare davanti ad  una chiara ‘ansietà’  generale degli australiani, generata non solo dalla tragicità degli eventi di queste settimane, ma anche dall’ eco-ansia globale tambureggiata dai media che sta creando, in molti (e non solo in Australia), sensi di colpa e la sensazione di impotenza per il mancato controllo sulla natura. E per chi ha raggiunto questo livello di preoccupazione, nessuna risposta di Morrison, Daniel Andrews, Gladys Berejiklian o qualsiasi altro leader locale o mondiale sarà mai abbastanza.