Bill Shorten una cosa ha dimostrato di saper fare sin dai tempi della sua leadership sindacale: sa negoziare e mettersi in evidenza.

Ieri, dal Revesby Worker’s Club di Sydney (stiamo per entrare in pieno clima elettorale, quindi i sobborghi occidentali della capitale del New South Wales ritornano a essere al centro dell’attenzione con le loro decine di migliaia di voti in libertà), il leader dell’opposizione ha presentato il “Fair Go Action Plan”: un piano programmatico in cinque punti, pieno di retorica, imperniato su quelli che Shorten ha definito i valori-chiave da portare alle prossime elezioni.

Istruzione e sanità, tanto per non smentirsi, al primo posto, poi allentare le pressioni sui bilanci familiari, quindi diritti dei lavoratori, un’economia solida basata su maggiore equità e investimenti nell’energia pulita (traguardo del 50% per le rinnovabili entro il 2030) che porterà a una riduzione dei costi delle bollette. E, già che c’era, ai margini del piano, anche un po’ tutto quello che gli aborigeni hanno chiesto alla First Nations Convention di Uluru per ciò che riguarda una rappresentanza a Canberra e il riconoscimento costituzionale, ormai promesso da diverse amministrazioni.

Al contrario di Scott Morrison, che procede a piccoli passi cercando, al momento, di ricompattare una squadra piena di dubbi e timori, Shorten vuole mantenere l’iniziativa, continuando a dettare temi e tempi del dibattito politico. Sa che per farlo deve rimanere sintonizzato con gli elettori e, allo stesso tempo, mantenere forti i rapporti con i sindacati sia per una questione di convenienza finanziaria (i forzieri sono pieni) sia per una questione ‘ideologica’ di quella ‘giustizia sociale’ che ha subito pesanti arretramenti, specialmente nell’ultimo decennio.

Il messaggio che arriva dal fronte sindacale dalla bellicosa Sally McManus (segretaria della Confederazione nazionale dei sindacati) e dalla stessa direzione del partito, con la fresca presidenza di Wayne Swan, è piuttosto chiaro: da un governo laburista ci si aspetta una correzione rapida alle eccessive differenze che si sono create nel dopo-crisi finanziaria globale. L’ex ministro del Tesoro del governo Gillard, la scorsa settimana, ha parlato di una “battaglia delle idee che determinerà il futuro del partito”, una “battaglia che impone di smettere di ascoltare il clan di Davos [dove si tiene il Forum economico mondiale, ndr]” e di ascoltare invece “i sindacati e i loro sostenitori all’interno della nostra società’’. Tamburi di guerra anche nel sottofondo dell’intervento di Sally McManus davanti alla platea amica del John Curtin Research Centre: “Guerra aperta al concetto di paga minima da sostituire con paga che permetta di vivere dignitosamente; guerra aperta alla riforma di Hawke e Keating sulla contrattazione individuale con il ritorno alla contrattazione di categoria e guerra aperta alla Commissione d’arbitrato, introdotta da un altro governo laburista (Gillard-Rudd), che sembra aver creato più disuguaglianza che equità nelle relazioni industriali.

Shorten sa che dovrà trovare il modo di reggere all’urto congiunto dei due ‘alleati’ da una parte e delle esigenze del mondo imprenditoriale dall’altra. Della necessità cioè di non rendere troppo complicata la vita delle aziende, che non hanno perso tempo a respingere qualsiasi ritorno alla conflittualità dei primi anni ‘80, allo scontro aperto con il mondo sindacale che, in termini pratici, secondo Innes Willox, direttore dell’Australian Industry Group, rappresenta solo il nove per cento di tutti i lavoratori dipendenti.

Il leader dell’opposizione, dopo essere rimasto alla finestra a godersi lo spettacolo delle devastanti lotte in famiglia dei liberali, si è reso perfettamente conto che la svolta Morrison presenta qualche problema in più per la sua corsa verso la Lodge. La strada, e i sondaggi continuano a dimostrarlo, rimane in discesa ma potrebbe essere un po’ meno scontata. Ecco allora l’idea tatticamente buona dell’investimento nell’istruzione prescolare (servizio a pagina 12) con il programma dei co-finanziamenti con gli Stati (da negoziare) per garantire, dal 2021, 15 ore alla settimana di frequenza gratuita in ambienti prescolastici ai bambini di 3 e 4 anni.

Morrison ha subito capito che la mossa ha un certo impatto popolare, quindi niente critiche al progetto, ma ricorso immediato alla copertura finanziaria a carico dei contribuenti via extra tasse. Una risposta che diventerà uno slogan elettorale, il rovescio della medaglia di qualsiasi programma che sarà annunciato da Shorten: più soldi per la scuola? Più tasse. Più soldi per la sanità? Più tasse. Più soldi per le rinnovabili? Più tasse per gli investitori, per le imprese, per i pensionati, per le fasce di reddito medio-alte.

Indubbiamente, per il leader laburista, Turnbull era un avversario più comodo per ‘vendere’ la sua linea delle disuguaglianze, problema numero uno e causa principale del diffuso rifiuto o perlomeno della diffidenza nei confronti della politica e dei politici dei maggiori partiti. Un primo ministro milionario troppo lontano dalla gente comune, dalle esigenze della vita di ogni giorno, dal significato degli indennizzi di straordinario per il lavoro domenicale che ieri Shorten ha promesso di reintrodurre nei primi cento giorni di governo, della casualizzazione del lavoro che il leader dell’opposizione ha assicurato di abolire imponendo severi controlli e nuove regole contrattuali, perché la flessibilità non può continuare a essere a senso unico.

Università senza numeri chiusi, rilancio in grande stile degli Istituti professionali, riduzione delle liste di attesa negli ospedali (già sentito?), nuovi pronto soccorso, nuove macchine per la risonanza magnetica nelle aree regionali. Ma anche salari finalmente sbloccati, più tasse per le multinazionali, maxi-profitti da condividere con chi li rende possibili, pari opportunità ecc. Un manifesto elettorale vero e proprio quello presentato ieri, con tanto di sfida aperta a Morrison a mettere sul tavolo le sue carte in fatto di ‘visione’, impegni, equità.

Convinzioni (almeno a parole), convenienze ed equilibri da portare avanti con un certo ottimismo perché anche il tempo è dalla parte di Shorten. Morrison non ne ha molto e le elezioni statali nel Victoria (24 novembre) e nel New South Wales (23 marzo), in termini di visibilità e spazi di dibattito, lo riducono ulteriormente. Maggio rimane l’opzione più accreditata per la sfida federale, con un lumicino di possibilità, qualora le circostanze diventassero per qualche ragione favorevoli, di battere sul tempo i colleghi statali di Sydney e infilarsi nella finestra di fine febbraio.

Comunque sia, sembra estremamente dura la ‘battaglia’ per Morrison, che avrà un’idea un po’ più chiara della situazione dopo l’esame di Wentworth che influirà non poco sugli umori della Coalizione. Una sconfitta getterebbe il Partito liberale nello sconforto e la rassegnazione di un lungo cammino verso una disfatta certa. Una vittoria sarebbe un’iniezione di speranza e un incentivo ad andare oltre gli slogan con proposte chiare e praticabili. Kevin Rudd ci aveva provato nel 2007, abbandonando poi metà delle promesse per strada, poi sono stati anni di semplice sopravvivenza: il 2010 con il pareggio sul nulla tra Gillard e Abbott; il 2013 con un programma in due punti, ‘fermare le barche’ [di richiedenti asilo] e ‘abolire la carbon tax’ e il 2016 con il ‘non c’è più Abbott e non fidatevi di Shorten’. Un altro pari sfiorato all’insegna di un deludente “Gli altri sono peggio”.